Il paradosso dell’orango

Traffico ogni giorno con le parole, nelle parole credo, alle parole cerco di conferire la giusta attenzione. Siccome tra le varie cose cui sto lavorando ce n’è una in particolare dove il rapporto tra animali umani e non, con tanto di mediazioni e passaggi di stato, è cruciale, riflettevo di nuovo su un tema che mi sta particolarmente a cuore, quello degli insulti che vanno a rimestare nel vasto repertorio dello specismo.

Avete presente no? Le donne che sono oche o galline (aggancio sessista/specista). Gli africani intesi come macrorazza afferibile alle scimmie (aggancio razzista/specista). I generici gruppi avversari unificati come topi di fogna, o magari vermi. La più comune delle bestemmie, anche. E – a suo modo sublime, quanto per me totalmente incomprensibile – in qualche film o romanzo di una volta l’epiteto “Cane!” riservato con voce stentorea da qualche eroe integerrimo al villain di turno. Tante sono le scorie di questa atavica diffidenza che permangono nel linguaggio comune, pensiamo agli infinititi titoli di giornale sugli “sciacalli”, gli “avvoltoi” e via dicendo, pensiamo a quanti “squali” popolano la “finanza” e quanti “asini” le scuole, ai “gufi” renziani e ai “nidi di vipere” che spuntano ovunque.

Il tema è stato messo a fuoco tempo fa per gli “apprezzamenti” di Calderoli sulla ministra Kyenge, e poi per il relativo salvataggio da parte del Senato. Ma te lo ritrovi anche dove dove meno dovresti, a rigore, aspettartelo: ultimamente ascoltavo Hollywood Party, e un attore che aveva interpretato Giovanni Brusca non trovava di meglio per definire la barbarie del killer mafioso che “animale”, col la più classica delle espulsioni nel fantomatico bestiale delle oscurità dell’anima e della società umane, che fuori tempo massimo perpetua quella obsoleta dicotomia tra mondo umano tutto splendente di ragione e mondo animale tutto bruta istintualità.*

Bene, prendiamo il caso Kyenge (o i suoi innumerevoli alias che possiamo incontrare in qualsiasi stadio di calcio ogni settimana): la cosa che mi colpisce, nel dibattito sul tema è che quasi sempre, anche da parte dei più benintenzionati, si condanna l’insulto prendendo per buona la validità dell’insulto stesso, senza interrogarsi sulla sua natura semantica, sul panorama psicologico connesso.

Il razzista considera il diverso di pelle, lo straniero, l’outgroup, inferiore al “vero” essere umano, quello ingroup, e quindi lo paragona all’animale non umano di turno, che è “sempre” inferiore all’umano, secondo l’idelogia specista. L’antirazzista, d’altronde, condanna la prima parte del ragionamento e pensa di aver esaurito il suo compito culturale, lasciando così invariata la seconda, convalidando la sostanza dell’offesa.

Bisognerebbe tutt* fare un passo oltre, antispecisticamente: certo, condannare l’insulto, perché tale è considerato nel sentire della società attuale, ma al tempo stesso demistificarlo, smontarne la legittimità offensoria, perché l’assurdità del pensiero che sta dietro a tutto il meccanismo è la stessa: il considerare inferiori i rappresentanti di una differente etnia rispetto alla propria, relegandoli nel limbo di una supposta animalità selvaggia, pre-umana; il considerare gli animali non umani inferiori rispetto agli umani e quindi usarli come paragone spregiativo.

Da qui, solo l’idea della crisi nomenclatoria in cui precipiterebbero razzisti, sessisti e compagni bella se non avessero a disposizione quel campionario di ingiurie sempre a disposizione senza nemmeno collegare quei due neuroni che hanno in testa, mette un po’ d’allegria.

E soprattutto, la lotta sul linguaggio (e su tutto ciò che per il linguaggio passa dal pensiero alla materia) dev’essere radicale e coordinata. Passa dalla letteratura, dalle parole scritte e pronunciate quotidianamente, da un totale cambio di paradigma, da una visione del mondo rinnovata.

This is why I write.

* Altro esempio: vedo Panagulis vive, e nella scena delle torture, dai due estremi opposti dell’etica e della giustizia, l’eroe della greca resistenza al regime dei colonnelli e il capo della polizia politica fascista si incontrano sul terreno dello specismo, con l’uno che dà dei maiali ai suoi torturatori, e l’altro della bestia al prigioniero.

 

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