Il tempo di Spighetta

Ancora un omaggio a Olga Tokarczuk (l’ultimo, per il momento).
Tra i tanti abitanti di Prawiek, c’è Spighetta, che vive ai confini tra lo spazio d’azione degli umani e le forze della natura. Si fa ponte, come direbbe Alex Langer…

Ci sono due modi di apprendere. Dall’esterno e dall’interno. Il primo è considerato il migliore, se non l’unico. Perciò gli uomini acquisiscono conoscenze attraverso i viaggi in terre lontane, con l’osservazione, la lettura, le università, le conferenze: traggono insegnamento da quanto accade fuori di loro. L’uomo è una creatura sciocca, deve imparare. E così, fa aderire su di sé il sapere, lo va raccogliendo come un’ape e via via lo accumula, per poi usarlo e trasformarlo. Questo però non cambia quel quanto di “sciocco” che è in lui e che ha bisogno di apprendere. Spighetta imparava assimilando dentro di sé quanto era all’esterno.
Il sapere del quale si ricopre non cambia nulla dell’uomo, o lo cambia solo in superficie: come un abito ne sostituisce un altro. Invece, chi impara assorbendo le cose dentro di sé è sottoposto a incessanti mutamenti, perché ingloba nella propria essenza quanto impara.

Spianò a lungo la terra sulla tomba e, quando alzò gli occhi per guardarsi intorno, tutto era diverso. Non era più un mondo composto di oggetti, di cose, di fenomeni isolati. Davanti a Spighetta stava ora un solo blocco, un grande animale o un uomo gigantesco che aveva assunto innumerevoli forme per germogliare, morire e rinascere. Tutto ciò che la circondava formava un unico corpo che conteneva anche il suo. Ogni movimento, ogni suono erano manifestazione della potenza di quel corpo enorme, onnipotente e indicibilmente forte, capace con la sola volontà di creare una cosa dal nulla e di trasformarne un’altra in nulla.
Spighetta ebbe un capogiro e appoggiò la schiena a un muretto diroccato. Il semplice atto del guardare la inebriava come vodka, le confondeva i pensieri e suscitava il riso in qualche punto del suo ventre. Tutto appariva com’era sempre stato: oltre il piccolo prato verde attraversato dalla strada sabbiosa c’era un bosco di pini fiancheggiato da arbusti di nocciolo. Una brezza leggera agitava l’erba e le foglie, da qualche parte giungeva il frinire di una cicala e il ronzio delle mosche. Nient’altro. Tuttavia ora Spighetta vedeva in che modo la cicala fosse unita al cielo e cosa tenesse i noccioli lungo la strada del bosco. Vedeva anche di più. Vedeva la forza che tutto penetra, comprendeva il modo in cui agisce. Vedeva i contorni di altri mondi e di altri tempi dispiegati al di sopra e al di sotto dei nostri. Vedeva inoltre cose impossibili da descriversi a parole.

Si stesero sul pavimento e si sfiorarono l’un l’altra simili a fili d’erba. Quindi il giovane fece sedere Spighetta sui suoi fianchi e si radicò in lei ritmicamente, sempre più in profondità, pervadendole tutto il corpo, penetrando i suoi recessi più intimi, sorbendone gli umori. Bevve da lei fino al mattino, quando il cielo si fece grigio e gli uccelli iniziarono a cantare. Allora l’angelica fu scossa da un fremito e il corpo duro s’immobilizzò, come legno. Le infiorescenze stormirono e si seccarono, e sul corpo nudo, estenuato della donna piovvero rami secchi, pungenti. Quindi il giovane biondo tornò fuori, e per tutto il giorno Spighetta si sfilò piccoli grani odorosi dai capelli.

A Prawiek, come in ogni parte del mondo, ci sono luoghi in cui la materia si crea da sola, da sola sorge dal nulla. Ognuno di essi non è che un piccolo grumo di realtà, insignificante rispetto all’insieme e incapace perciò di minacciare l’equilibrio dell’universo.
Un luogo simile si trova lungo la strada di Wola, sulla scarpata. È difficile notarlo: ricorda un monticelli di terra ammucchiato da una talpa, un’innocua ferita sempre aperta sulla crosta terrestre. Spighetta è l’unica a conoscerlo e, lungo la strada per Jeszkotle, si ferma sempre a osservare la creazione spontanea del mondo. Lì trova strane cose e non-cose: una pietra rossa che non somiglia a nessun’altra pietra, un pezzo di legno nodoso, semi spinosi dai quali nel suo giardino nascono poi fiori stenti, una mosca arancione e, a volte, soltanto un odore. Spighetta ha l’impressione che quel monticello di terra che dà poco nell’occhio crei anche lo spazio, che la scarpata lungo la strada vada lentamente espandendosi, ingrandendo in tal modo di anno in anno i campi di Malak, dove lui – ignaro di tutto – pianta le patate.

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