Ortesiana

Ultimamente, da quando ho finito Alonso e i visionari, molte delle mie riflessioni letterarie girano intorno ad Anna Maria Ortese. Penso in modo quasi ossessivo alle “cose” che, appena ti par di afferrarle, sfuggono di un passo significante più in là, nella trilogia fantastica-metamorfica della Ortese, a quella peculiarissima qualità allucinatoria dovuta al suo concepire la narrazione come contrad-dizione, luogo di un dire continuamente smentibile e reinterpretabile che filtra, smaterializzandoli, tempi, spazi, parole e concetti. Un campo instabile in cui vivono i suoi visionari e le sue creature liminari, simboli incarnati di purezza e condanna. I suoi mutaforma di lunare benevolenza in ogni disgrazia sono entità surnaturali che si sdoppiano, e triplicano, prese in una galleria di specchi psichici deformanti, e oltre ancora in una danza di mutamento dentro un mondo sospeso tra abbacinato stupore e indifferenza, attraversato da una rete di corrispondenze e sottili prodigi nel nome di una grazia reietta. I suoi visionari, d’altronde, esseri umani, troppo-umani, incapaci di appigliarsi al reale quando incontrano l’altrove personificato in un’iguana, un cardillo, un puma, e la già precaria base materiale su cui poggiano la loro esistenza  inizia a slittare verso l’indicibile. La malattia che conduce al delirio può chiamarsi raziocinio (nel caso di Antonio Decimo) o paralizzante bontà (nel caso di Jimmy Op). Comunque assume le forme di un’inadeguatezza a vivere nel mondo, nella società loro toccata in sorte, quale si riscontra nel Daddo de L’iguana e nel Neville del Cardillo addolorato.

Ho scoperto anche, nelle note al volume adelphiano che raccoglie la trilogia, una Ortese quasi gaddiana nei rapporti con gli editori, in un misto di ritrosie, paranoie, dilazioni, umoralità, ansie e dubbi. Soprattutto al tempo de L’iguana (e L’iguana stessa è forse, in qualche deviato modo, la sua Cognizione del dolore), primo, ignorato caposaldo (incredibilmente addirittura neanche Calasso la conosceva, quando la scrittrice passò alla Adelphi), cui la Ortese continuò a lavorare fino agli anni ’80, nella incessante plasmazione di un testo parallelo che mai vedrà la luce. Ma proprio per questo il breve romanzo è una pietra fondante cangiante dell’elegia ortesiana sulle offese alla Natura, che sarebbe infine sfociata nella post-classicità illusoria del Cardillo e di Alonso. Allo stesso modo le prove di “distorsione percettiva” rilevate da Andrea Baldi nel tormentato lavoro di riscrittura avrebbero dato i loro frutti tardivi nel coerente sradicamento sensoriale degli ultimi due capolavori. Fascinosissimo comunque è sul suddetto volume perdersi nella vertigine variantistica, braccando i lacerti di un testo possibile, sottoposto a perpetue riconfigurazioni di senso. Un palinsesto di varianti resistente alla stabilizzazione in una versione definita/definitiva. Insomma una elettrizzante prova d’orchestra per la maturità da narratrice “nullasciente” (come la definisce Monica Farnetti), una prima esplorazione in territorio ignoto che tenta e ritenta, fino a perdersi, strade che dalla misteriosa Ocaña, poi riaffioreranno nella Napoli del Cardillo, negli spazi astratti di Alonso.

Quasi, Lettore, mancasse un centro nel mondo (e quindi nella nostra storia) corriamo ora di qua, ora di là, registrando un aspetto che noi stessi non potevamo supporre, e che si dimostra subito sospetto di transitorio. Ma è così? Quien sabe! dice il narratore profondo, appostato, come un fotografo, ora dietro una fronte, ora dietro l’altra, ora dietro un paio di piccole nubi e il canto di un uccello. (da L’iguana parallela…)

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