Sostiene Marta

Olga Tokarczuk, Casa di giorno, casa di notte.
La mia passione assoluta di questo periodo.
Se non l’avete letto, prendetelo, adesso, dimenticate tutto e andate a Nowa Ruda con lei.

Marta non aveva l’anima della terapeuta. Non faceva domande, non smetteva di colpo di lavare i piatti per sedermisi accanto e darmi delle pacche sulle spalle. Non provava, come facevano altri, a collocare nel tempo tutto ciò che contava per chiedere all’improvviso. “Quando è cominciato?” Perfino Gesù non sfuggì a questa assurda tentazione e rivolse questa domanda all’indemoniato che doveva risanare. “Quando è cominciato?”. Mentre sembrerebbe che la cosa più importante sia solo ciò che accade ora, davanti ai nostri occhi. Che le domande sull’inizio e la fine non diano nessuna conoscenza preziosa.

Marta mi parlava di grotte, di nicchie rocciose, di crepacci. Diceva che in una grotta abitava una cieca creatura primordiale, una piccola lucertola completamente bianca che là aveva la sua dimora e non moriva mai. Certo che muore, replicavo io, ogni creatura deve morire, forse la specie non cambia, ma i singoli individui devono pur morire. Tuttavia, capisco cosa intendeva dire Marta. Una volta, quando ero bambina, credevo anch’io che la latimeria vivesse in eterno, che la cosiddetta rappresentante di una specie estinta fosse sfuggita alla morte, e che forse fosse stata proprio la specie a destinare solo lei all’immortalità, perché fornisse una testimonianza eterna della propria esistenza.

Una sera, mentre portavamo via dalla terrazza le tazze del tè vuote e i piattini da dolce, Marta disse che il compito più importante dell’uomo era salvare le cose che stavano andando in pezzi, non crearne di nuove.

Il mio filosofo preferito è Archemane, uno dei maestri di Pitagora.
Per Archemane il mondo è nato dall’interazione di due cause prime. Archemane le concepisce come potenti esseri primordiali eterni e universali. Il termine più appropriato per definire questa interazione è eterno inghiottimento. Essi si divorano a vicenda, senza fine. In questo consiste l’esistenza del mondo. Il primo essere è Ctono. È qualcosa che genera, germoglia, cresce. Il fine e il mezzo della sua esistenza sono l’autocreazione. Creazione che consiste non solo nel moltiplicarsi, ma nel generare esseri che non gli assomigliano, anzi, gli sono opposti. Perciò in Ctono ha perennemente luogo una crescita cieca e irriflessiva, oscura – la carne da macello dell’esistenza. Il secondo essere – Caos – inghiotte Ctono, lo consuma, per così dire, lo mangia. Senza posa, interamente. Caos è immateriale, è un principio, dissolve gli spazi di Ctono quasi se ne nutrisse. Non può esistere senza Ctono, e viceversa. Trasforma Ctono in nulla, oggi si direbbe che lo annichilisce.
Dal legame straordinariamente intenso tra i due esseri nasce Crono – un principio il cui paragone più calzante è quello con l’occhio del ciclone. Nato nel bel mezzo dell’inghiottimento, dell’annichilamento o della distruzione, è un essere in apparenza calmo, simile a un’oasi, una sorta di miraggio le cui caratteristiche sono stabilità, regolarità, ordine, perfino una certa armonia, dalla quale ha inizio l’esistenza del mondo. Crono mette un freno all’inghiottimento, gli conferisce una certa forma. Da una parte filtra il processo della creazione distribuendola in isolette ordinate dal tempo, che è la sua essenza (di Crono), un principio fondamentale, dall’altra indebolisce l’impatto della distruzione. È a questo punto che viene creato il mondo e la sua energia fondamentale.
Da Crono traggono origine tutti gli dei. Loro caratteristica fondamentale è l’amore (filia). Sono luminosamente riempiti d’amore ed è appunto per suo tramite che cercano di vincere l’odio (neikos) degli elementi naturali per conseguire infine l’unica, indistruttibile, eterea natura spirituale del mondo. Espressamente a tal fine creano gli uomini, gli animali e le piante, e gli donano il seme dell’amore.
Raccontavo tutto questo a Marta mentre legavamo i gambi di rabarbaro. Una volta finito, Marta mi disse qualcosa del genere: quando la gente dice “tutto”, “sempre”, “mai”, “ogni”, si riferisce solo a sé stessa, perché nel mondo esterno non esistono cose così generali.
Mi consigliò di stare attenta, perché se qualcuno comincia una frase con la parola “sempre” significa che ha perso il contatto col mondo e che parla di sé. Scrollai le spalle.

Marta disse che non bisognava prendere troppo sul serio ciò che si vedeva. Lo disse mentre guardavamo dalla finestra la processione del Corpus Domini che scivolava lontano, tra i campi seminati a lino. In testa avanzava il prete, seguito da due gonfaloni e da un gruppetto di persone. Più in basso, su un prato di un verde squillante, correva un cane, come se accompagnasse da una certa distanza il nutrito corteo in quell’inattesa passeggiata campestre.
Non so perché me lo disse; se ne stava già andando. Aveva la mano sulla maniglia della porta aperta.
La sera ricordai quella frase. Fotogramma fisso di un film in movimento nel quale tutto muta e cessa di essere ciò che era. Così funzionano gli occhi – vedono morte porzioni di un insieme più grande, vivo, e ciò che vedono lo appuntano con uno spillo e lo uccidono. Perciò, quando guardo, credo di vedere qualcosa di immobile. Ma è un’immagine falsa del mondo. Il mondo è mobile e vibrante. Per lui non esiste nessun punto zero da poter ricordare e capire. Gli occhi fanno fotografie che non possono essere altro che un’immagine, uno schema. L’illusione più grande è il paesaggio, perché in esso non c’è immobilità. Eppure, si ricorda un paesaggio come se fosse un’immagine. La memoria crea cartoline illustrate, ma non comprende affatto il mondo. Perciò il paesaggio è così influenzato dallo stato d’animo di chi lo guarda. L’uomo vede nel paesaggio un istante effimero della propria vita interiore. Ovunque vede solo se stesso. Fine. Questo voleva dirmi Marta.

Le parole e le cose creano uno spazio simbiotico, come i funghi e le betulle. Le parole spuntano sulle cose, e solo quando crescono nel loro scenario acquistano un senso maturo e sono pronte a essere pronunciate. Solo allora ci si può giocare come con una mela matura, annusarle e assaggiarle, leccarne la superficie, quindi spaccarle rumorosamente a metà ed esaminare il timido interno succoso. Queste parole non muoiono mai, perché sono capaci di mettere in moto altri loro significati. Di crescere verso il mondo; a meno che non muoia l’intera lingua.
Con le persone probabilmente è lo stesso, perché non possono vivere staccate da un luogo. Dunque le persone sono parole. Solo allora diventano reali.
Forse Marta alludeva a questo, quando disse qualcosa che mi turbò: “Se trovi il tuo posto, sarai immortale”.

Marta non era incline alle confidenze. Una volta, però, mi disse di ricordare una gran quantità di epoche diverse, perfino quelle raffigurate nelle immagini votive a Wambierzyce. Riconosce le epoche non dagli uomini che vivevano allora, perché gli uomini sono penosamente simili gli uni agli altri, sono sempre uguali, ma dal colore dell’aria, dalle sfumature del verde, dal mondo in cui la luce cadeva sugli oggetti. Marta ne era assolutamente certa: si poteva riconoscere un’epoca dal colore, che ne rappresentava l’unico tratto distintivo. Forse dipendeva dal sole. Forse il sole pulsa cambiando la lunghezza delle onde, oppure l’aria filtra la luce in maniera diversa e ogni anno dà sfumature irripetibili a tutto ciò che è sulla terra.
Marta aveva imparato a collegare un particolare che ricordava e che le suggeriva un’epoca particolare con una sfumatura della luce. Ad esempio, poteva associare nella sua mente la forma della ruota di legno di un carro con una strana sfumatura rossastra del cielo, che era appunto la sfumatura che il cielo aveva quando quelle ruote circolavano sulle strade di sassi trasportando fieno, sacchi di juta pieni di farina, argilla per costruire case o mobili caricati in tutta fretta. Oppure, associava il modello di un abito stretto sotto il seno con l’aria verde-pallido satura di luce, chiara, perfino leggera, nonché con il colore azzurro degli inverni gelidi.
Così funzionava la memoria di Marta. Così Marta riconosceva il passato. Ma capitava che anche questo modo di cercare un ordine nel tempo si dimostrasse ingannevole e che Marta vedesse immagini che non capiva e che erano le uniche – perché cosa si può temere dopo che si è visto già tanto? – a spaventarla.

So che le cose – non importa quali, vive o morte – registrano in sé delle immagini, perciò anche dentro questa aloe potrebbero ancora celarsi soli lontani, cieli incredibilmente abbaglianti ed enormi gocce di pioggia che dilavano in silenzio i bassi orizzonti costieri. Ogni parte della pianta si vanta di questa luminosa presenza dentro di sé e riproduce l’immagine della sfera solare, del dio delle piante, glorificandolo in silenzio sui davanzali della mia casa.
Una sera, mentre portavo a Marta una di queste pianti giovani e vecchie al tempo stesso, pensai che doveva essere noioso durare all’infinito. Che l’unico sentimento proprio delle piante potesse essere la noia. Marta si disse d’accordo con me e, mettendo l’aloe sulla finestra, osservò:
“Se la morte non avesse nulla di buono, la gente smetterebbe di morire.”

La chioma bianca della testa di Marta mandò bagliori argentei tra le corolle dei fiori. Non si mosse, forse credeva di poter sconfiggere le ultime calure con l’immobilità. Forse contava i petali dei fiori. Forse la loro bellezza le toglieva il fiato. A un tratto, per un breve istante, seppi cosa pensava. Il suo pensiero mi balenò nella mente, si fece largo tra i miei, esplose e scomparve. Stupita, rimasi immobile con la mano sollevata per fare schermo agli occhi.
Marta pensava: “Le dalie più belle sono quelle mangiucchiate dalle lumache. Le più belle sono quelle meno perfette.”

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