12 incipit

Asa sogna – Le lune di Oniride

È sera, ed è piuttosto tardi. A quest’ora i ragazzini, che lo vogliano o meno, se ne stanno tutti già dentro il letto, anche se domani è sabato e non c’è scuola. Ai genitori di solito basta questo: che stiano buoni a letto. Che poi dormano davvero o se ne restino svegli, non è che gli interessi molto. E così nella stanza delle piccole Giannetti, Anna e Natascia, non c’è il tipico silenzio interrotto dai casuali sbuffi che si sentono di solito in una stanza da letto: Anna e Nanà hanno invitato la loro cuginetta Caterina a dormire a casa loro, ma fanno tutt’altro che dormire. Fra sussurri e ridacchiate, si raccontano gli ultimi pettegolezzi sui maschi della quinta B, e sui maschi giovani della loro numerosa famiglia.

Poco più lontano dalla camera da letto di Nanà ed Anna, c’è la stanzetta, più piccola ma accogliente e calda, di Marie e Yannick, i fratelli mezzi africani il cui padre (lo hanno raccontato loro stessi) era un principe in una tribù del Congo, o roba del genere. Solo che era venuto in Italia per lavorare in una qualche grossa organizzazione, aveva conosciuto mamma, e si era fermato per sempre. Marie sta raccontando una storia di avventure africane a Yan, che sta male e non riesce a dormire. Ha una tosse terribile, se l’è presa giocando a pallone, e anche perché non è buono a coprirsi bene quando è ora di uscire, pensa Marie. Ma non importa, a lei piace raccontare questo genere di cose, giungle scure piene di animali striscianti che si nascondono, tribù di indigeni che tendono trappole ai bianchi invasori, capi saggi che salvano la vita a missionari e donne bianche in pericolo, e poi se le sposano (le donne, non i missionari). Yan ne resta debitamente impressionato, e sebbene quelle storie gli fanno paura, non osa chiedere al padre se siano vere o meno: Marie gli ha ingiunto di non farne parola con nessuno, tantomeno con i genitori «Se parli, lo saprò, e ti lancerò la maledizione dello stregone Maunzé». Yannick non parla. È uno che sa tenersi certi segreti.

Chi invece non sa tenersi nemmeno i segreti suoi, è Marco. Abita un po’ più giù, in paese. Marco è il ciccione della classe, è un secchione e non ha amici, se si esclude il gruppo, certo. Jannick, Marie, Asa, Monica von Schaffesburg e Valeria, una bambina strana che racconta storie raccapriccianti sulla cuoca della scuola (che ogni tanto va fuori di testa e cucina qualche ragazzino, servendolo poi agli altri bambini). Marco è figlio unico, e non chiacchiera con nessuno, ma a Marie, Valeria e Monica racconta sempre tutto. Dopo che sua madre è passata e gli ha spento la luce, tira fuori dalle coperte un libro di astrofisica che ha preso in prestito dalla biblioteca del paese, accende la lampadina tascabile e sprofonda nel misterioso mondo dei buchi neri e delle alte energie.

Monica von Schaffesburg è la figlia biondissima di Robert v. S., un informatico che lavora giù in città. Robert ha deciso che sua figlia non può crescere bene nella città puzzolente e caotica, e quindi ha cercato sul mercato immobiliare una casa che fosse il più possibile simile a quella che avevano su, in montagna. Infatti Monica vive un po’ fuori dal paese, in una villetta stratosferica con un giardino pieni di alberi e pini, e pure la piscina. A detta dei ragazzini della scuola, Monica ha un sacco di soldi. Non è molto popolare, ed è per questo che frequenta gente come Marco e Valeria. Monica nemmeno dorme: sta ancora alzata (inaudito!) e suo padre lo sa perfettamente (doppiamente inaudito) visto che le ha permesso di guardarsi alla tele il suo programma preferito (impossibile!), un telefilm su un dottore di montagna austriaco (la tele di Monica prende tutti, ma proprio tutti, i canali del mondo, ha confidato Marco a Asa. Non che lei ci abbia creduto, intendiamoci).

Asa abita nel borgo medievale, con sua mamma, che fa la scrittrice, ma non è famosa: usa un nome finto, così i giornalisti lasciano in pace Asa, e poi a fare finta di essere inglesi o americani si vende di più. Nemmeno in camera di Asa c’è la luce spenta (certa gente è fortunata dalla nascita, borbotta Marco quando ci pensa) e sua madre sta seduta ai piedi del letto.

«Raccontami una storia», dice la madre.

Una casa con 15 gatti

I rapporti in una casa hanno molte sfaccettature. Amori persecutori, velleità di potere, alleanze sororali contro il bulletto della situazione, giocosità spinta. Se con un gatto la vita è meravigliosa, con due puoi scrivere cose interessanti (chi lo diceva?), e con quattro o cinque si devono stabilire dei rituali e delle abitudini, bene: con più di dieci le cose si fanno decisamente elettrizzanti, e ovviamente, tanto per abbondare con gli avverbi, sfuggono di mano. Prendiamo oggi: Marioncotillard che si rifugia sulle mie gambe, Keaton che l’ha seguita dalla cucina, in un sali-scendi parossistico, tra frigo, librerie e pavimento (per non parlar del tavolo) la reazione più naturale che uno si aspetta, quando non raggiungi il tuo obiettivo, è un moto di disappunto. Appunto. Per non aver preso Marion, Keaton mi ha schiaffeggiato con entrambe le zampe davanti sulla coscia. Dannazione, questa gatta mi è sfuggita di nuovo! Ah, ma la prossima volta, cara Coti, la prossima volta.

E così via.

Una casa di miele e veleno

Il posto in cui decidi di andare a vivere, devi vederlo d’inverno.

Noi abbiamo deciso per il casale che era già aprile. La città sfolgorava di sole, dopo settimane di pioggia incessante, ma pensavamo che sui monti avremmo trovato ancora gli strascichi del vecchio Generale. Invece, man mano che salivamo di quota, l’aria pareva intenerirsi, in una escursione termica al contrario. Pare succeda, in certe peculiari configurazioni atmosferiche, ma non di meno ci sorprese quella primavera precoce che andava a schiudersi nel passaggio dal paesaggio piatto che era la nostra gabbia quotidiana, alle dolci colline circostanti, ai contrafforti dell’Appennino ancor dietro.

Mi ero accorta tempo prima di averne abbastanza, di pensieri e sogni pianeggianti. Era stato in un fine settimana che avevamo passato da amici in montagna, quella vera, a quasi 2000 metri. Anche lì eravamo partiti dalla città marroncina, piatta, sempre uguale a sé stessa, che ultimamente mi sentivo appiccicata addosso come un vestito sottotaglia. Mi alzavo certe mattine senza respiro, le ore di sonno passate inutilmente e una stanchezza ciclica a gravarmi sulle spalle. Passi pesanti per andare ad aprire la finestra, e fuori dalla finestra una distesa di palazzi conducevano lo sguardo fino alla linea d’orizzonte della bassa, senza sorprese, ogni santo giorno. E invece in macchina, nell’ascesa verso le cime, mi assopii al ritmo regolare delle curve, e sognai, dopo chissà quanto, un sogno nitido, che non ricordavo nella sua articolazione, ma mi lasciò un’impressione di necessità e benessere, nelle immagini di prati sconfinati e di uccelli migratori. E quando mi svegliai, era come avessi recuperato in qualche minuto tutto il riposo perduto, la prostrazione m’era scivolata via dai muscoli e i sensi s’erano acuiti, tanto che riconobbi in un puntino lontano nel cielo, con una precisione di dettagli che mi stupì, la forma sospesa di un rapace intento a sorvegliare il proprio territorio.

Cemento/Cobalto

…two, three, four…

Romeo attaccò d’impeto, fin troppo, il riff di Sing me Spanish Techno. Il gruppo gli andò dietro, a valanga. Un bel suono, corposo e ruspante, un po’ appiattito dalle basse volte dell’enoteca.

Don’t you know

After picking the grass off the ground…

Diana entrò sul coro armonizzando, e gli amici più fedeli, che sapevano ormai il testo a memoria, le andarono dietro.

Travelling at godspeed

Over the hills and trails…

La Salamandra Ebbra era una fornace, ormai. Le cameriere servivano bionde a tutto andare, l’afrore d’olio fritto filtrava dalla cucina. Tra il pubblico correvano a fior di labbra le battute sui due, Diana e Romeo, che si guardavano adoranti mentre portavano a casa la loro canzone preferita. Le risate si armonizzavano ai tintinnii dei boccali, ed era bello pensare che la musica non sarebbe mai finita.

Oltre i vetri appannati qualche ombra, di quelli andati fuori a fumare o a prendere una boccata d’aria. Aria che si faceva fumo e subito confluiva nella nebbia che quella sera saliva dalla valle e andava a celare tutta la Rocca, fino alla sommità. Solo la cima del campanile, in piazza Duomo, riusciva a bucare la coltre, ma ne pareva piuttosto una sua escrescenza, fatta della stessa materia solidificata.

In giro, allontanandosi dall’epicentro dell’enoteca, non si trovavano umani, né felini. Solo qualche topo, protetto dall’amica grigia, si avventurava per i vicoli verso il belvedere. Ognuno aveva scelto una direzione, e a raggiera esploravano le cantine, penetravano nelle fessure dei muri, percorrevano gli edifici dalle fondamenta al tetto, constatando il progredire delle crepe, verificando la residua stabilità delle pareti, testando la traballante statica dei pavimenti. Una volta raccolte le informazioni, tornavano ognuno per la sua strada, ma in singolare sincronicità, verso Casa Pellaccia, infilandosi per un pertugio che solo loro conoscevano, per ritrovarsi tutti nel grande salone, dove il loro Re aspettava notizie. Le notizie erano sempre più allarmanti, richiedevano un consiglio strategico lungo e approfondito.

Mentre chi una volta portava il suggestivo nome di Vlad pensava al da farsi, sotto di lui e della sua corte, nelle profondità della terra, centinaia di occhi ciechi si riscuotevano dal sonno. Le ali nere prendevano a fremere, risucchiando l’aria della grotta, e a un segnale ultrasonico i pipistrelli si riversavano fuori per impadronirsi della notte rocchigiana, come avveniva da secoli e secoli, e chissà per quanto tempo ancora.

Contrada La Notte

È una strada ingannevole quella che porta da Cisternino a Ostuni, tutta curve e tornanti, senza mai intravedere l’orizzonte. Il bianco appare solo quando ormai ci si è dentro, e a quel punto è troppo tardi per tornare indietro. Jennifer E. la percorse in un pomeriggio d’inverno del 19.., con le raffiche di vento che passavano tra le fronde degli ulivi e un cielo antracite all’orizzonte, carico di pioggia dall’est.

Forever Young

Tutto ciò che accade svanisce nell’accadere, e lo spostamento d’aria alle nostre spalle è parente prossimo del nulla. Non più di questo ho imparato nei miei 17 anni. Sarà tanto, sarà poco? A ogni modo, vi do le ultime notizie: il 31 ottobre hanno ammazzato Indira Ghandi; il 1 novembre, festa comandata, l’ho santificata dormendo tutto il giorno; il 2, la mattina siamo andati al cimitero a tributare il solito omaggio ai nostri più o meno dimenticati defunti, il pomeriggio piscina; il 3 novembre Sounds Like a Melody era per la seconda settimana di fila in testa all’hit parade, evviva; lo stesso giorno, qualche minuto prima della mezzanotte, sono morta.

Gatto, phal, pioggia e mirtilli

Dice Letizia che sto bene con i capelli al naturale. Che mi danno un’aria da intellettuale. Non le ho detto che in realtà non ho rifatto il colore perché credevo non servisse a nulla. Fili bianchi sparsi nella chioma che le danno quasi luce. Letizia non sa che mi tingo da quando avevo quindici anni – questione di geni dice mamma, nonna era come te, tutta bianca a trent’anni. Chicchissima. Io nemmeno questo: banalmente fili bianchi che mi danno un’aria da sciattona. Trent’anni di tinture mi hanno sfiancato, quindi basta, pace così.

Dice la mia ginecologa che a 45 anni sei ancora una ragazzina, e che una menopausa prematura non dovrebbe precludermi nulla. Che se c’è qualcuno a negarmi qualcosa, sono io stessa. Che dovrei coccolarmi e viziarmi, e darmi alla pazza gioia, che al resto, alla menopausa, ci pensa lei, è il suo lavoro.

Dice il mio ex che la vita non la puoi decidere, che ti capita e basta. Lo ha detto prima di lasciarmi per una ragazza di venticinque anni che ha messo incinta. Poi ha deciso di comprare la mia metà del nostro appartamento. Ho acconsentito.

Dice mia madre che il mio ex è uno stronzo. In realtà lo ha sempre detto di tutti i miei ex, solo una volta diventati tali. Tranne di uno, casualmente l’unico che ho lasciato io, ai tempi dell’università: di quello diceva fosse stronzo anche quando stavamo insieme.

Dice Mario, un tipo che va a correre nello stesso parco dove vado io, che sono secchissima. Non mi ha visto per tutti questi mesi, quando stavo troppo a terra per pensare solo di mettermi le scarpette da jogging. Sono un po’ dimagrita, concedo, ma lui esagera. Del resto sta sempre lì ad attaccare bottone con qualsiasi femmina. Non ne conosco una che gli abbia mai dato un minimo di spago, ma lui non se ne cruccia, gode nel solo insistere.

Dice Margareth che vorrebbe un carlino. Non sono il tipo da badare alla razza, dice anche, e presumo che una volta fuori di lì adotterò una quindicina di cani e gatti dal canile e dalla strada. Ma ora vorrei un carlino, insiste. Perché avere un cane che quando ti guarda ti fa pensare “ma starò facendo una cazzata?” può salvarti la vita. Margareth è la ragazza cui do ripetizioni. Ha 15 anni e i suoi non vogliono animali per casa. Povera.

Dice Sveva che dovrei trovarmi un avvocato come si deve, e non quella pippa che ha seguito il divorzio, in modo da strappare via le palle al mio ex. Le ho detto che non voglio più sentir parlare di Davide, e poi mi basta quello che ho già ottenuto. Lei si stringe nelle spalle e dice che sono un’inguaribile romantica. Sbagliato. Sono un’insospettabile pigra.

Dice Flaminia che è una fortuna, che quella gravida non sia io ma quella ragazzina (la chiama proprio così: ragazzina). Dice anche che ci sarà da divertirsi. Non ho capito bene in che senso.

Dice Ginevra che dovrei andare con lei a qualche serata revival, quelle dove tardi darkettoni ballano Tainted Love o True Faith. Rispondo che io le ballavo all’epoca, e mi metterebbe ancor più tristezza, e lei dice “stupidaggini. Hai seppellito la tua anima da party girl dietro ‘sto velo di mestizia, è ora di spolverare il vestito corto e lanciarsi sulla pista, vedi quanti ne rimedi.”

Dice Peter che non è tanto questione del “io tengo te fuori dai guai” o “tu tieni me lontano dal pericolo”. Dice che, semplicemente, due anime posso salvarsi in modo reciproco e completo. Che il caso non esiste. E che il nostro incontro è molto più della somma del favore che ho fatto io a lui raccogliendolo, e lui a me tirandomi fuori dal buio. Lo so, i gatti a quanto pare non parlano. Ma lui l’ha detto lo stesso.

Gemellare

Quello che vede, ora.

I capelli color mogano della principessa trafitti dall’ultimo sole del giorno.

Il volto altero, in cui la paura intaglia gemme giallo-purpuree. Il braccio teso, la mano a schermo, che non veda la scena lì dietro. La torsione del busto, innaturale, un avvitamento sul proprio asse come potrebbe un girasole alla fine del mondo, sacrificato a una divinità-spirale. E dietro. Dietro: il drago. L’arco di lui, colpito a morte, prima dello schianto, appena. Con eleganza la spada si ritrae, nella mano colpevole del santo, circonfusa di splendore e distruzione. Tutto intorno la campagna dorme, verde riposa, nella pioggia scintillante di schegge, misto di lama e viscere e alterigia.

Quel che lei vede. Ora.

Oltre la vetrata, i campi

Metamagic

Il paesaggio nebbioso scorreva fuori dal finestrino immobile e uguale a sé stesso quando M. si svegliò, complice un sobbalzo del treno. Si chiese dove fossero, quanto mancasse all’arrivo, ma la coltre grigiastra non lasciava emergere nessuna indicazione. Pensò di rimettersi a dormire: chiudendo gli occhi si ricordò del sogno appena sognato.

C’era questa ragazza, che qualcuno chiamava Erica o Edera?, nel sogno non lo sapeva bene. Questa Erica-o-Edera era passata dall’altra parte di un grande specchio, per seguire qualcuno, M. non sapeva chi. Nella parte dello specchio era in corso una festa. Il qualcuno cercato da Erica-o-Edera si era addentrato tra gruppi di gente, facendo perdere le sue tracce, così lei è stata per un po’ lì davanti, con l’aria di non sapere cosa fare di sé stessa. Poi aveva preso e si era allontanata. M. l’aveva cercata negli altri specchi della casa, senza più trovarla.

Il sonno non tornava, allora diede un’occhiata al programma del convegno, cercando tra le righe i varchi in cui poteva trovare spunto per defilarsi, andare a fare una passeggiata sul lungolago, concedersi un tè lontano dal chiacchiericcio accademico cui s’era condannato da solo ormai da due decenni.

Il passaggio dei partigiani

Quando passano i partigiani, i primi ad accorgersene sono gli scoiattoli. Li sentono da lontano, i passi scaltri sulle foglie marce. Mentre scappano sugli alberi sono le volpi a vederli, i fucili scintillanti nel buio. Mentre corrono via sono i gufi a sorvegliarli dall’alto, fino a quando non ci sono più.

Il ragazzo del cartello

I primi sbadigli vengono quando la strada inizia il dislivello verso i Castelli. Giura a sé stesso che è l’ultima volta, mai più accettare inviti a cena dai colleghi dopo una giornata di lavoro. Di solito quando sono le 5 non vede l’ora di salutare la città e tornare a casa, 600 metri più in alto, ma stavolta ha dovuto girare tre ore in attesa dell’appuntamento. Un’ora l’ha passata in un negozio di modellistica a studiare galeoni in miniatura e assistere a una battaglia da tavolo tra Fokker e Spitfire modificati. Si è infine deciso a prendere un puzzle, un Escher per far da pendant all’altro che ha già in cucina, ed è uscito contento col grosso pacco in mano. La seconda se n’è andata per un salto alla sua chiesa preferita, sul colle dall’altra parte del fiume: strana chiesetta, unica opera architettonica di un celebre incisore, bianchissima e ricoperta di simboli esoterici. Si ricorda ancora perfettamente di quando suo padre, lui decenne, in una delle gite artistiche della domenica mattina glieli spiegava uno per uno, il sole, la torre, i serpenti… Infine, ancora in anticipo, ha vagato per i vicoli intorno alla pizzeria, scrutando oltre le finestre ai vari piani per scoprire un soffitto a cassettoni, un camino antico o una libreria piena di volumi dall’apparenza misteriosa.

Ed eccolo qui, Angelo Alfieri, birra e stanchezza ad annebbiargli i sensi, mentre cerca di concentrarsi sulle lame di luce tracciate dai fari sulla strada che prende a curvare, man mano che si sale. Ha superato l’ultimo paese addormentato, e adesso non ci sono più altre luci a disturbare la purezza della notte senza luna. Abbassa il finestrino per farsi schiaffeggiare dall’aria umida dell’altopiano, e alza il volume dello stereo. Sulla radio mandano una vecchia canzone, è tanto che non la ascolta: il cantante chiede a chi è intorno a lui di non svegliarlo, perché sta dormendo tranquillo come un bambino e non vuole arrendersi all’arrivo del giorno che, si sa, porta solo lacrime e disperazione. Ormai sono diversi minuti che non incontra più altre macchine, solo lui a percorrere la striscia d’asfalto serpeggiante nel verde scuro, ancora un paio di chilometri e sarà a casa.

«Frena, FRENA!», gli urla una voce dentro, mentre la palpebra sta calandogli sull’occhio, cedendo alle lusinghe dell’oblio. D’istinto sposta il piede sul pedale al centro e lo pigia con violenza. La notte è attraversata da uno stridio lacerante, poi di nuovo silenzio. Guarda con apprensione di là dal vetro, ma i fari illuminano solo una porzione di asfalto e d’erba bagnata. Si dà un paio di schiaffetti sulle guance, sfila la cintura ed esce dall’abitacolo. A pochi centimetri dalle ruote ancora fumanti c’è un fagotto, questo sembra, un involucro di colore indefinito disteso a terra. Angelo si volta tutt’intorno per vedere se c’è qualcuno che ha sentito la frenata, ma non ci sono case in vista, gli unici che potrebbero essere in ascolto sono i gufi e le volpi. Torna a guardare la strana forma quasi ripiegata su sé stessa, sfiorata dal debole vento notturno. Allunga una mano, un po’ esitante, verso il basso. Uno scatto, più veloce del pensiero per considerarlo, e il fagotto non c’è più.

Angelo rimane qualche istante a fissare il vuoto sotto i suoi occhi. Non mi svegliate, canta ancora la radio, gli arpeggi della chitarra si spandono intorno fino a perdersi nella terra di nessuno ai confini col bosco. Gli pare di sentire un crac di rametto spezzato. Alza lo sguardo e vede, una decina di metri a destra della macchina, una figura. Sembra una bambina, i capelli lunghi sfuggono dal cappuccio, e ha le braccia piegate a vassoio, come tenga qualcosa in mano. È immobile, Angelo scorge il luccichio dei suoi occhi fissi su di lui. Neanche lui osa muovere un muscolo, teme di spezzare qualcosa di ben più solido che un rametto.

Non sa quanto tempo passa così, a un certo punto sente la propria bocca aprirsi e il braccio sinistro alzarsi, l’indice puntare verso la figura. Non riesce neanche a completare il movimento, la bambina è sparita in mezzo agli alberi.

Rimane lì, in mezzo alla strada, finché una ventata e un colpo di clacson non lo scuotono. L’altra macchina l’ha sfiorato, è corsa già via, è di nuovo solo. Risale nell’abitacolo, chiude la portiera, spegne la radio. Dopo un’ultima occhiata verso il bosco, decide che è davvero il momento di tornare a casa. Ingrana la marcia.

***

Le mani della bambina poggiano il riccio miracolato a terra. Si fissano. Entrambi hanno foglie secche addosso, lei tra i capelli, lui sugli aculei. La notte li protegge.

Sacrofumo

Se questo fosse il romanzo di Coman, inizierebbe così:

Gli alieni erano atterrati, finalmente. Era successo qualche notte di tarda estate, senza dubbio: la sera prima era andato a letto esausto dopo le corse a perdifiato sui verdi pendii spazzati dal vento; la mattina dopo erano lì, alte come giganti, impegnate nelle loro maestose rotazioni.

Certo, sapeva che non le avevano tirate su in una notte.

Ma era bello pensarlo.

 

Se questo fosse il romanzo di Ghita, inizierebbe così:

È un bel sabato di sole cristallizzato nell’aria gelida di febbraio.

È tardi. Dovrebbe staccare all’una, ma in negozio va così, non ci si può far nulla. Quasi le due, l’afflusso di giocatori copioso tutta la mattina. Il sabato c’è sempre un mucchio di gente. Ha fame, dalle otto non mangia nulla. Esce dal bancone per chiudere, ma un tipo trafelato nel suo impermeabile si infila sotto la saracinesca.

 

Se questo fosse il romanzo di Nora, inizierebbe così:

Guarda il bambino, si accorge che qualcosa non va. Gli occhi sfuggenti. Che fino a… fino a quanto tempo prima? Giorni? Mesi, ore? Quando suo figlio ha smesso di guardarla più di qualche istante. Possibile che si stia dimostrando una madre peggiore di tutte le aspettative? Dal momento in cui decise che no, non avrebbe abortito quel grumo non richiesto, e sì, lo avrebbe tirato su lei, che un figlio puoi farlo a vent’anni, come a trenta o a quindici, sempre figlio è.

Dopo questa dichiarazione lui se n’era andato, ovviamente.

 

Se questo fosse il romanzo di Theodore, inizierebbe così:

Vedi, tesoro, non esistono uomini bianchi, tutti gli uomini dentro hanno la pelle nera, dice alla sua nuova ragazza, una studentessa di lingue orientali che ciondola tutto il giorno intorno a piazza Vittorio.

Invece il Nero no, continua Theo, lui dentro è bianco come un funerale orientale, e glielo leggi negli occhi, te ne accorgi dalla musica che ascolta e dalla disperazione che gli olezza intorno come una colonia di pessima qualità.

Il Nero. Chissà dov’è finito.

 

Se infine fosse il romanzo del commissario Siniscalchi, inizierebbe così:

Tutti oramai lo chiamano il Vecchio. Nonostante giovane, cinquantacinque a maggio, il commissario Siniscalchi ha quel che di rassegnato, o forse solo remissivo, nello sguardo, come tante volte lo trovi negli occhi dei vecchi. Guai a dar credito a quella prima impressione.

 

Questo romanzo, invece, inizia così:

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