Come iniziò il resto della storia

Per festeggiare il ritorno on line del sitarello, e per ricordare a tutti (in primis a me stessa) che nonostante tutto continuo a scrivere, così, un frammentino dal seguito ineditissimo di un romanzo inedito che si chiama, forse qualcuno ormai lo sa, Febbre verde

***

…two, three, four…

Romeo attaccò d’impeto, fin troppo, il riff di Sing me Spanish Techno. Il resto del gruppo gli andò dietro, a valanga. Un bel suono, corposo e ruspante, un po’ appiattito dalle basse volte dell’enoteca. La voce di lui, non educatissima, pure aveva un timbro che conquistava al primo ascolto.

Don’t you know

After picking the grass off the ground…

Diana entrò sul coro armonizzando e gli amici più fedeli, che sapevano ormai il testo a memoria, le andarono dietro.

Travelling at godspeed

Over the hills and trails…

La Salamandra Ebbra era una fornace, ormai. Le cameriere servivano bionde e nere a tutto andare, afrore d’olio fritto filtrava dalla cucina. Tra il pubblico correvano a fior di labbra battute sui due, Diana e Romeo, che si guardavano adoranti mentre portavano a casa la loro canzone preferita. Le risate si armonizzavano ai tintinnii dei boccali, ed era bello pensare che la musica non sarebbe mai finita, che quei sabati sera sarebbero stati per sempre.

Oltre i vetri appannati qualche ombra, di quelli andati a fumare sotto il lampione giallastro, a vomitare nel vicoletto adiacente, o anche a prendere una boccata d’aria. Aria che si faceva fumo e subito confluiva nella nebbia: saliva dalla valle, il nebbione, serpeggiava per la zona nuova e andava a celare tutta la Rocca, fino alla sommità. Solo la cima del campanile, in piazza Duomo, riusciva a bucare la coltre, ma ne pareva piuttosto una escrescenza, fatta della stessa materia solidificata.

In giro, allontanandosi dall’epicentro di vita dell’enoteca, non si trovavano umani, né felini. Solo qualche topo, protetto dall’amica grigia, si avventurava per i vicoli verso il belvedere. Ognuno aveva scelto una direzione, e a raggiera esploravano le cantine, penetravano le fessure dei muri, percorrevano gli edifici dalle fondamenta al tetto: constatando il progredire delle crepe, verificando la residua stabilità delle pareti, testando la traballante statica dei pavimenti. Una volta raccolte le informazioni tornavano ognuno per la sua strada, ma in singolare sincronicità, verso Casa Pellaccia, infilandosi in un pertugio che solo loro conoscevano per ritrovarsi tutti nel grande salone, dove il Re aspettava notizie. Le notizie erano sempre più allarmanti, richiedevano un consiglio strategico lungo e approfondito.

Mentre chi una volta portava il suggestivo nome di Vlad pensava al da farsi, sotto di lui e della sua corte, in perpendicolo nelle profondità della terra, centinaia di occhi ciechi si scuotevano dal sonno. Le ali nere prendevano a fremere, risucchiando l’aria della grotta, e a un segnale ultrasonico i pipistrelli si riversavano fuori per impadronirsi della notte rocchigiana, come avveniva da secoli e secoli, e chissà per quanto tempo ancora.

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