Il coniglio

Da sonno a veglia fu/il sogno in un baleno.

Giuseppe Ungaretti

 

Quella notte Emma Berenyi sognò di scrivere un racconto intitolato Il coniglio: sarebbe dovuto uscire in un libriccino edito da La Marmotta.

Svegliandosi, trovò alquanto strana la circostanza, se non altro per la prossimità zoologica degli animali (non umani, aggiunse subito mentalmente) implicati. Mentre era ancora sotto le coperte, sigillata da un numero imprecisato di gatti, rifletté su quello che il sogno voleva o non voleva dirle.

Da tempo Emma rimuginava sul fatto che la letteratura si era in generale auto-reclusa dentro i confini troppo angusti dell’umano – della sua psicologia, dei suoi gesti e riti – e che era il momento di partire in esplorazione del vasto mondo circostante: ecco l’impresa più urgente per chi scrive oggi, si diceva adesso porgendo il capo alle languide leccate di Waltz, il thai: conferire una nuova pelle alle parole, alle strutture, alle immagini. Che l’inconscio le avesse lanciato un segnale in tal senso?

Versando il latte d’avena nella tazza, un certo numero di minuti più tardi, iniziò a rimuginare su quale forma avrebbe potuto prendere questo racconto. Perché in tal senso il messaggio onirico era stato avaro, privandola di qualsivoglia sviluppo, al dì la di titolo e circostanze di pubblicazione. Un sogno subdolo, insomma, che lanciava il sasso ritirando la mano, col non riposto intento di metterla nei casini (essendo il suo-proprio-personale, l’inconscio suddetto aveva certo notizie di prima mano sulla natura tendente all’ossessività della fantasia di Emma).

«Quello di Coleridge non se la cavava così a buon mercato, eh?» disse rivolta verso qualche punto non ben definito oltre la propria scatola cranica. C’è da precisare: non era la prima volta che si metteva ad agognare l’attività in-sonno del vecchio Samuel. Nonostante i sogni non mancassero di soccorrerla con spunti non disprezzabili nei periodi di mancanza d’ispirazione, ancora niente di paragonabile a un Kubla Khan era stato vergato sul cahier de chevet a tal scopo deputato. Ogni tanto Emma tornava a metter mano a un nebuloso progetto esotericamente denominato Il gioco viola, che in un antico sogno surreal-lovecraftiano metteva radici, ma ciò non la esimeva dal lanciare simili stoccatine al suo spacciatore rem.

«Senza oppio fai lo sfaticato, eh? Parlo a te!»

In risposta aveva un concertato di affamatissimi miagolii.

Mentre Joanna Newsom miagolava anch’essa dallo stereo, pensò ai primi conigli letterari che le vennero in mente: il Pantoufle invisibile di Joanne Harris e la compagnia errante di Richard Adams. Pensò a James Stewart e al suo Harvey, a Jake Gyllenhaal e al suo Frank (ohibò). Pensò a conigli prestidigitatorii, bianchi dal nero del cilindro, e a conigli in gabbia, lo sguardo fisso nei suoi oltre la grata. Cacciò via quest’ultimo pensiero deglutendo il muesli.

Controllò la posta, scorse gli aggiornamenti, vagò tra gli status, e sempre quel benedetto coniglio le zompettava in testa. Chiuse gli occhi per visualizzarlo. Eccolo: bruno e immobile, lo sguardo attento, aveva le fattezze del disegno di Dürer all’Albertina.

«No, quella era una lepre, stupida.»

Scosse il capo e ne riplasmò forma e fisionomia, porgendo le sue scuse ad Albrecht. Adesso era senza dubbio un coniglio, occhi vispi, orecchie tese a ogni segnale, nasetto sospeso tra una teoria di annusate. Un bellissimo coniglio fulvo e vivissimo. O una coniglia, tipo?

«Perché questa lingua è così sessista?», si chiese Emma riaprendo gli occhi sullo schermo, mentre il lagomorfo scappava fuori dal foglio mentale e iniziava a esplorare tutto incuriosito quel cervello così ammirabilmente composito.

Aprì skype e vide se Adele era in linea. C’era.

Emma: Ciao sorella, hai sognato stanotte? Se sì, cos’hai sognato?

Adele: Ciao sis, certo che ho sognato. Ho sognato uno sceneggiato anni ’60 su Sherlock Holmes, fatto stile Avengers. Quelli inglesi, eh?

Emma: Ma dai.

Adele: Mi sono chiesta: perché all’epoca non c’hanno pensato a uno Sherlock attualizzato, eh? Che faceva la BBC, stava a dormire? Abbiamo dovuto aspettare Moffat e Gatiss, ma Sherlock nella Swingin’ London sarebbe stato bellissimo. Insomma, nel sogno era un episodio più o meno intero, con questo intreccio simil-spionistico alla Bruce-Partington che ora non mi ricordo più. Comunque m’è venuta voglia di sapere come continua. Che faccio mo’?

Emma: E che fai? Scrivilo te.

Adele: O aspetto la seconda puntata per stanotte. Vieni a pranzo? Stufato di seitan.

In attesa dell’ora di uscire, tirò giù di libreria i volumi che aveva delle famose Edizioni La Marmotta. CE raffinata, invero: una scelta dal teatro di Claude de l’Horizon (Bruto e Cassio a Filippi, L’ultimo giorno dei templari, Il trionfo dell’incertezza); Golkov: Analisi di una stanza vuota; le poesie di Helen Hammill. Aprì quest’ultimo su una pagina a caso.

Like the blue eyed gazer/of a cloudy sky/I stood still//I believe it was coming/A brainstorm/On the running fields//And in that nowhere land/There was no home/For me and my dog//Like an icing flame I stood/Light fell from a mercury sky/Dark as the sound of deep beels/In the calmness of my silent eye//Everywhere I see are trees/Evil ancient trees/Untangle me from this dream

 

**

 

La cito mentre Adele versa il sidro di sua produzione. Mi guarda in tralice.

«Non te ne avevo parlato, vero?»

«Di…?»

«Sto lavorando a una catalogazione di tutte le immagini della poesia inglese dell’Ottocento dedicate al cielo. Watchers of the Skies, si chiamerà.»

«Tutto torna.»

«Tutto torna sempre, sorella, e si dispone al posto assegnatogli.»

«Amen.»

« Tornando ai sogni. Anche lì, tutto torna, a ondate: lo sapevi che Paddy McAloon sognò che annunciavano alla radio il suo prossimo disco, e il disco si chiamava Steve McQueen

«No, questa non me la ricordavo.»

«Quindi vedi che i sogni hanno la confortante tendenza a modellarsi su archetipi fissi, come la narrativa, come i miti. I musicisti sognano linee melodiche – vedi Noel Gallagher – gli scrittori spunti per libri – vedi Mary Shelley, Stevenson, o te. Quanto a Coleridge, non invidierei troppo la sua vita onirica. Non arrivavano solo fiori dal paradiso, ma pure lesioni fisiche: guai a incontrare Ebon Ebon Thalud, la “donna dai lineamenti mescolati alla tenebra” che voleva strappargli l’occhio destro. Se ti visita un’incarnazione del principio oscuro della Notte stessa, dai retta a me, son guai.»

«Mi ricordo che da piccola una volta feci questo sogno. Ero sola in casa, giravo per le stanze di soppiatto, entravo in camera da letto, mi specchiavo in un piccolo specchio con la cornice brillantata. C’era davvero, quello specchio, nella camera dei miei genitori: accanto al letto, dalla parte di mia madre, sopra il comodino. Ero già più alta, all’epoca, e dovevo chinarmi se volevo riflettermi, ma nel sogno ero ancora piccola, arrivavo precisa all’altezza del vetro. Sto lì a guardare nell’ovale – la casa è vuota, il silenzio totale – e vedo nello specchio qualcosa che spunta da dietro la mia testa.»

«Ebon… Ebon…»

«Una strega. Una cara vecchia strega con tutte le rughe al loro posto, i capelli grigio fumo e l’espressione streghesca. Magari adesso mi girerei ad abbracciarla, ma allora mi fece una paura che la sento ancora sulla pelle. Rimasi impietrita. O forse era un fermo immagine, prima di svegliarmi.»

«Non si gioca con le streghe. O le si abbraccia o si scappa. Quanto a me, lo sai, sogno solo ed esclusivamente sogni inglesi: spade nella roccia, guerriere stile Burne-Jones, il paese di The Prisoner, concerti dei Be Bop Deluxe. Ti piace il sidro? L’ho fatto io.»

Per chi non l’avesse capito, Adele è fissata con qualsiasi cosa puzzi di perfida Albione. Non che io scherzi, in tema, ma lei dà punti a chiunque; è eclettica come me, ma molto più sistematica nell’esplorazione di un campo, siano gli apocrifi di Sherlock o i film della Hammer. La mia Adele… A scanso di equivoci preciso che la nostra sorellanza è del tutto spirituale e telepatica. Lei vive qui ormai da illo tempore, e quando mi trasferii in paese dopo che la città m’aveva condotto sull’orlo di una costante crisi di nervi, fu un’ancora di salvezza col suo orto e le sue birre scure. A parte me, è asociale ai limiti dell’orsitudine, ma conserva tra le pieghe dell’isolamento i modi di una perfetta party girl anni Ottanta. Adesso la sento di là che ulula Love Affair degli Associates.

Dopo il tè mi chiede se vogliamo dedicare il resto del giorno, per non parlare della notte, a un’integrale Zaffiro e acciaio. Declino, sarà per un’altra volta, tutto il tempo ho avuto in testa questo diamine di coniglio: è insistente, instancabile.

Me ne vado con in mano un cesto pieno di asparagi, zucchine e le prime fragole. Adele tiene a bada Thorn e Watt, i suoi boxer, che abbaiano nervosi verso il bosco ai cui confini è la casa della mia amica. La luce sta già declinando, ma penso che ce la farò ad attraversarlo prima che faccia buio. Mi avvio per il sentiero, e proprio quando si restringe a viottolo, prima di entrare nel folto, davanti a me scorgo una piccola ombra che si allunga a vista d’occhio, fino a che le orecchie sproporzionate arrivano a sfiorarmi i piedi. Alzo gli occhi di scatto a cercare il corpo che proietta quell’ombra ingannevole, anamorfica. Riesco giusto a cogliere un guizzo che sparisce nel bosco. Era uno scoiattolone, una giovane volpe nei dintorni della sua tana? O era lui, il maledetto leporide, in agguato?

 

**

 

L’indomani, domenica, Emma aveva tutte le intenzioni di passare la mattinata in giardino a leggere Tolstoj, ma nonostante la notte tranquilla il sogno continuava a ossessionarla. Un carosello di gatti le correva intorno, urla bambinesche scavalcavano il muro di cinta, mentre lei fissava immota l’acero al centro del giardino, il libro abbandonato sull’erba. Che un’ispirazione imprevista (e del resto quale ispirazione è prevedibile?) potesse trascinarla in tale crisi non l’aveva messo in conto. Le pareva d’esser tornata di colpo ai tempi in cui ciondolava da un progetto all’altro, senza sapere dove e come concentrarsi. Suonava il basso in un gruppo shoegaze (quando lo shoegaze già era passato di moda, ben prima che ritornasse di moda), scriveva su un paio di riviste musicali, abbozzava poesie che nove volte su dieci raggiungevano il cestino in forma di palla cartacea. Beveva troppo e troppo piangeva.

Un fulminante attacco di stage fright la indusse a staccare tutte le spine possibili. Gravitava ormai in prossimità di un buco nero quando arrivò la telefonata di Adele, che da distanze interstellari le parlava di una casa in affitto a occhio perfetta per lei, su in montagna, perché non saliva a darle un’occhiata appena poteva?

 

**

 

Avete mai provato la sensazione netta che il vostro nome corrisponda a un’identità, identità che però appare sempre fuori fuoco, appena oltre la soglia della percezione? C’è chi è sé stess* in tutta naturalezza, chi lotta strenuamente per raggiungersi.

L’acero vive nella luce, io lo guardo dall’ombra.

Mi riscuoto, a un certo punto, fendo la corrente di gatti per rientrare in casa. Siedo al tavolone di cucina portandomi il contenitore dei ritagli. Prendo a sfogliarli, butto quelli inutili, riordino gli altri catalogandoli per area di pertinenza. Mi cadono gli occhi su un articolo a proposito di Marina Abramovich: il cercarsi e perdersi sulla Grande Muraglia con Ulay, lei in arrivo dal Mar Giallo, lui partendo dal deserto del Gobi.

Penso che il coniglio possa trovarsi nel deserto. Non sa perché è finito lì, o lo sa benissimo. Mi fissa, il manto bruniccio che cerca di mimetizzarsi nella luce corrusca. Il vento gli fa scorrere addosso refoli di sabbia, lui pare non adombrarsene, l’espressione sbruffona. In un battito di ciglia è sparito, anzi, eccolo laggiù che corre via, sulla cresta di una duna, rotola, riprende a correre.

Potrei iniziare col più classico dei: C’era una volta un coniglio…

 

C’era una volta un coniglio

Un coniglio dal fiero cipiglio

Le orecchie tese auscultava

Del mondo la pace meridiana

 

Volevo andare a fare una corsa, invece mi sono addormentata.

Dopo pranzo, col mezzogiorno che ha portato il primo vero caldo di stagione, ho raggiunto Leung e Mui sul divano; accucciata accanto a loro ho chiuso gli occhi, ed è stata subito sera. M’ha risvegliata una musata di Jackman, la luce dal finestrone ormai uno spicchietto obliquo prossimo a dileguarsi.

Ho sognato di alzarmi, infilare tuta e sneakers, e andare a correre.

Correvo veloce dentro e fuori il bosco, dal fondo della vallata alle cime dei colli, slanciata e flessuosa come una keniana. Il sudore cadendo in stille sparse fecondava i campi, la Terra correva con me. Non mi stupivo di niente, neanche quando lo vidi in mezzo alla strada. Era cresciuto rispetto a ieri: ormai di taglia gigante, mi torreggiava sopra, ritto sulle zampe anteriori, immobile, se non per il nasone fremente ad annusare qualcosa nell’aria ferma. Era me che annusava, l’odore della paura aleggiante come un’acqua di colonia a buon mercato? (Nel sonno la qualità delle mie similitudini si abbassa sensibilmente.) Eppure mi ripetevo di non portare appresso zavorre di paura, e accettavo di incontrare il coniglio, in sogno o in veglia, se quello era destino. Ci guardavamo, prendendo atto della nostra reciproca presenza, e quello era tutto.

Dopo cena scendo in paese a mangiare un gelato. C’è ancora poca gente questo periodo per i vicoli del borgo vecchio; dalle finestre arrivano gli echi di un quizzaccio, ma il canto dei grilli è più forte, molto più forte.

Mi siedo su una panchina vistalago col mio cono tutto verde (pistacchio, melaecannella, tè matcha). S’avvicina un corgi amico mio, si chiama Astolfo (sic): m’annusa, mi guarda, aspetta.

«Non sei un coniglio in incognito, vero?»

Non raccoglie, tira fuori la lingua. Gli lascio mezza cialda.

 

**

 

Mentre Emma si intratteneva con Astolfo, nel suo giardino i gatti iniziarono a percepire una presenza estranea, un movimento che li sconcertava. Qualcuno prese a soffiare, qualcun altro propese per il nascondimento preventivo, i più coraggiosi si fecero avanti per scoprire l’intruso. Al centro del giardino, lo si sarà intuito, un coniglione bigio stava brucando con soddisfazione l’erbetta fresca, incurante d’esser circondato da una masnada di felini. Questi, interdetti, gli girarono intorno per un po’, diedero un’annusata sospettosa, infine lo lasciarono fare e tornarono alle loro pregresse occupazioni. Non avrebbero saputo ricordare, in seguito, quando l’estraneo avesse abbandonato il loro territorio, né se la manifestazione fosse avvenuta in un loro sogno comune, fenomeno tutt’altro che raro per tale eletto popolo.

Ad ogni modo lunedì mattina Emma s’alzò agguerrita. Aprì la posta per vedere se ci fosse qualche comunicazione dalle Edizioni La Marmotta, mancavano solo loro all’appello. Sarebbe stato eccessivo, in effetti. C’era però una mail di Adele che le linkava una pagina su Barry Flanagan: conigli come se piovesse, volanti, danzanti, pensanti, tutti smilzi, lunghi lunghi e dotati di orecchie all’apparenza capaci di captare il mondo intero. Emma sbuffò, passando al file su cui stava lavorando, quello di un romanzo metropolitano e polifonico che la faceva penare da troppo tempo, per i suoi gusti.

Appena aperta la porta di casa, al commissario Siniscalchi pare di sentire un odore di zafferano, lo stesso che lo accoglieva quando Giovanna era con lui.

Fu l’ultima frase che si trovò sullo schermo. Aggiunse:

Quell’odore, tra i tanti, ritorna a ondate, senza uno schema preciso. Siniscalchi pensa dipenda dall’ora del rientro.

Chiuse gli occhi a riflettere, e quando li riaprì la frase non c’era più, e quella prima era smozzicata:

App ap la po di ca…

«Ah, questo è troppo!»

Ammazzò il documento senza salvare. Attese qualche secondo armeggiando nervosa con la slinky antistress. Quindo ricliccò sull’icona di Sacrofumo, e richiuse gli occhi mentre faceva scorrere il testo. Quando li aprì, l’ultima pagina era così:

coniglio coniglio coniglio coniglio coniglio coniglio coniglio coniglio coniglio coniglio

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e via andare per altre venti righe.

In quel momento suonò il campanello. Emma fece un balzo sulla sedia facendo rotolare giù Brooks, che le s’era acquattata sulle ginocchia. La gatta guaì indispettita e si rifugiò sul tiragraffi.

«Chi diamine può essere, a quest’ora antelucana.»

Erano le dieci passate, per la precisione. Corse alla porta, guardò dallo spioncino. Giusto, il corriere col cibo per le belve, se n’era del tutto dimenticata. Aprì: i sacchi erano adagiati sul carrello, ma il corriere non c’era più. Emma guardò a sinistra, poi a destra, e lo vide piegato oltre l’angolo della casa, in equilibrio su una gamba sola. Gli andò dietro e si mise anche lei a sbirciare.

«Prego?»

«Eh? Ah, buongiorno. No, è che giurerei di aver visto un coniglio taglia extralarge che correva da questa parte un attimo fa.»

 

**

 

Da quando ho scelto di dare fiducia all’istinto di Adele – trasferendomi sull’Appennino, prendendo sul serio la scrittura – la disciplina costruita giorno dopo giorno m’ha tenuta lontana da deviazioni e pencolamenti verso l’abisso. Una ragionata gabbia di abitudini ha imbrigliato le mie oscurità. E adesso dall’oscurità si palesa questo metamorfico lagomorfo che m’ossessiona le notti e i giorni, e manco mi fa lavorare, in questa calda e placida mattina ideale per finire un capitolo, non fosse che qualunque cosa scriva lui se la bruca come erba marzolina e ci sputa sopra il proprio nome: Oryctolagus cunilius, coniglio per gli amici.

« È mai possibile?»

Lo chiedo a Jackman, che mi lancia un maowr a fauci aperte, per poi spingermi il muso umidiccio sulla bocca e abbandonarsi pancia all’aria alle coccole. Ecco qualcuno che sa cosa vuole, e come prenderselo, in ogni occasione.

Sbuffo. M’è passata la voglia di scrivere. Di riaprire quel file non se ne parla: vedo già nel documento dormiente le conigliesche lettere prendere ad allungarsi, e fondersi tra di loro plasmando un’immagine, dapprima infantilmente stilizzata – un cerchio da cui spuntano due escrescenze allungate – via via più somigliante, corposa, quasi viva.

Scuoto la testa, ancora e ancora. Prendo il mazzo delle Obscure Strategies, estraggo una carta:

Trust in the you of now

dice.

Nel pomeriggio vado a restituire un paio di libri in biblioteca. Sara mi dice che sono arrivati gli ultimi di Nothomb e Atwood. Li prendo. Chiacchieriamo un po’, faccio per andarmene. Mi volto.

«Se ti dico “coniglio”, a cosa pensi?»

«A Edberg.»

«Edberg?»

«Era il mio tennista preferito da ragazza. Sai che giocavo a tennis? Ero brava, insomma, me la cavavo. Mi sarebbe piaciuto tanto saper fare le volée come Edberg. Era pure carino, biondo, oh, insomma, il tipo svedese m’ha fatto sempre sognare.»

«Ok. E il coniglio?»

«C’era un telecronista stupido che lo chiamava sempre “coniglio bagnato”. E io mi ci arrabbiavo, ci stavo male. Ero un po’ stupida pure io, mi sa.»

«Ma no, avevi ragione. Se a me da piccola toccavano Morrissey, mordevo.»

«Poi a cena succedeva che c’era coniglio in umido e non lo volevo nel piatto, facevo certe storie. Una volta ho giurato che non ne avrei più mangiato, e ho mantenuto la promessa.»

 

**

 

Quella notte Emma sognò la presentazione de Il coniglio, un racconto di Emma Berenyi. Erano nella sala lettura della biblioteca, in paese: intravide Sara in piedi accanto alla finestra, Adele seduta di lato, in seconda fila. Le ragazze della Marmotta la presentavano dicendo che non c’era bisogno di presentazioni. Lei sentiva appena, ma sperava che l’introduzione non finisse mai, perché se le avessero passato la parola non avrebbe saputo proprio cosa dire di un racconto che doveva ancora scrivere. Con nonchalance prese una copia dalla pila sul tavolo: il formato era ampio, da albo a fumetti, e in copertina c’era lei, la lepre düreriana trasmutata alchemicamente in coniglio, proprio come se l’era immaginata, di quel bel rossiccio, gli occhi vispi che parevano balzare dalla carta, le orecchie sbalzate in cui si intuiva l’incavo del padiglione. Intorno rimbalzavano parole lontane – intuizione, talento, conigli giganti… (?!?) Qualcuno tra il pubblico educatamente sbadigliava; lei sudava freddo, come freddo si può sudare in sogno. Apriva il volumetto smilzo, andava all’inizio del testo.

Un applauso roboante, esagerato. Salto sulla sedia, Il coniglio mi sfugge di mano. Atterrando fa il rumore di una pietra che cade da un cocuzzolo su un altipiano basaltico, subito dopo arriva un silenzio totale. Alzo gli occhi e tutti mi guardano, davanti, intorno, su gradinate immaginarie che salgono fino in cielo. La tizia della Marmotta inizia a ticchettare con le unghie sul tavolo. Solo quel ticchettio nel silenzio, nell’attesa che io apra la bocca. Tutti aspettano che dica la mia sul famoso Coniglio. Apro la bocca, lo dico:

«Lo sapete cosa? Coniglio!»

e corro via, verso la porta in fondo, giù per le strade del paese, giù per la collina, fino al lago. Mi sdraio sulla riva. L’acqua pare addormentata, si dimentica persino di fare le sue ondine sui ciottoli. Sull’altra sponda il campanile nel bosco sta suonando, ma non lo sento. Chiudo gli occhi. Sparisco.

Mi sveglio di colpo: qualcuno raspa alla porta. Corro, rimango con la mano sulla maniglia. Silenzio, ancora. Guardo nello spioncino, trattenendo il fiato.

«Devo aprirti?», dico.

«Fidati», risponde.

Apro.

 

C’è un coniglio sulla strada/C’è un coniglio in mezzo all’erba
Ha gli unghioli ben in vista/Ha le orecchie tese al vento
Se lo acchiappi è gran fortuna/Se ti acchiappa è morte certa
Filastrocca ungherese

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